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Recensione di “Il Cervello in 30 secondi”

di Anil Seth, LOGOS EDIZIONI, 2014, 160 Pagine a colori con copertina rigida.

Orientarsi in questo vastissimo ambito può essere utile per comprendere i meccanismi fisiologici di base delle nostre risposte emotive e dei comportamenti razionali, armi indispensabili nella sopravvivenza quotidiana, nelle giungle urbane e non solo.

Rendere comprensibili le neuroscienze è un’impresa titanica, ma l’autore qua ha fatto davvero centro. Non diventi certo un nobel dopo che lo hai letto, ma almeno non cercherai più di aggiustarti i capelli preoccupato quando qualcuno, in una conversazione, ti accennerà ai neuroni specchio.

Fermo restando l’argomento particolare, è un libro divertente, leggero e facilissimo da leggere, anche in modo non lineare e sporadico. Ogni argomento viene affrontato singolarmente ed in un modo molto schematico e chiaro che rende comprensibile una tra le materie più complesse esistenti.

Ribadisco che uno non si trasforma in uno scienziato con una lettura simile: potrà sapere qualcosa di utile in più, ma la differenza di rappresentazione tra questo testo e le neuroscienze vere e proprie è la stessa che passa tra localizzarsi su una mappa in scala 1:25.000 e  vedere la realtà attorno a noi coi nostri occhi. Detto ciò è proprio divertente da leggere. È un po’ da nerd alla Big Bang Theory, ma nemmeno troppo. È come uno speciale monotematico di Focus, che lo divori, senza impegno né ansie da prestazione mentali, ma che qualcosa dentro ti lascia. Sarà anche merito di una veste grafica stupenda (come tantissimi altri titoli della Logos) che coinvolge e snellisce la lettura, dandole un respiro ed una freschezza che rendono davvero comprensibile anche un tema difficile come quello trattato.

Gli argomenti spaziano dalla semplice anatomia di base, un infarinatura sulle teorie sul cervello, il tema della coscienza, la percezione ed i suoi paradossi, arrivando fino alla cognizione e alla neuroplasticità. È utile per capire vagamente come funziona il cervello e quanto è vasta la materia, senza perdere troppo tempo e senza ammorbarsi con letture narcotiche o eccessivamente difficili.

La cosa veramente utile di questo divertente saggio è che riesce ad appassionare davvero all’argomento ed a gettare le basi per degli approfondimenti più sostanziosi, anche grazie alla bibliografia suggerita, nettamente diversa come spessore, ma realmente utile per iniziare ad esplorare attivamente questo settore della conoscenza umana che sta espandendosi verso una comprensione più completa del grande mistero della nostra sofisticatissima materia grigia.

C’è anche su Amazon e costa 17 €. E… fa fare una bella figura anche sotto l’ombrellone…

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Recensione di “Il Cervello Emotivo” di Joseph LeDoux

Vero e proprio testo sacro utilizzato come ingrediente per la stesura di Mental Survival.

Una premessa è d’obbligo: ci troviamo di fronte a un libro che sintetizza le ricerche del massimo ricercatore vivente e mai esistito sulla neurobiologia della paura. L’argomento in se è piuttosto impegnativo. L’autore è realmente un pioniere assoluto nella ricerca nel settore, ed i suoi studi sono citati da decine di altri studi ed hanno realmente aperto una strada che fino a pochi anni fa nemmeno si pensava esistesse.

Il libro è difficile. Molto. È scritto bene, sicuramente in maniera divulgativa e per essere più comprensibile possibile, ma l’argomento in se non si presta molto alla divulgazione. Spesso ci si ferma, si rilegge l’ultimo paragrafo, poi si ritorna indietro di nuovo, il tutto cercando di ricordarsi quello che era scritto poche pagine prima, e quasi sempre si perde il filo. I suoi ragionamenti sono convincenti e la sua logica è impeccabile, ciononostante è un libro al limite del comprensibile per chi non è del settore (ed difficile anche per chi lo è). Ma perché allora è importante questo libro? Ecco la spiegazione, banalizzata e semplificata al massimo per quello che riguarda le parti che interessano a noi (accidenti, se è difficile anche da riassumere!):

PUNTO 1:
LeDoux, utilizzando gli ultimi ritrovati della tecnologia, ha potuto per primo tracciare il percorso fisico della paura. Ha notato come lo stimolo della paura percorra due strade, che lui chiama la via alta e la via bassa.

La via bassa è rapidissima. In soli 12 msec (dodici millesimi di secondo) lo stimolo che rappresenta un pericolo viene:

  • intercettato dall’amigdala che lo valuta dialogando con l’ippocampo, che lo paragonerà a stimoli anche vagamente simili vissuti in contesti analoghi in precedenza.
  • inizia la produzione di catecolamine (adrenalina e noradrenalina) per un boost energetico
  • inizia la produzione di cortisolo
  • inizia la risposta attiva del sistema nervoso simpatico

Nel frattempo, nella via alta, lo stimolo se la prende con calma. Relativamente, è ovvio. In 400 msec viene:

  • analizzato dalla neocorteccia, la parte conscia e razionale del cervello, che ripescando situazioni simili, e contestualizzandolo in relazione a fattori non solo ambientali ma anche sociali, affettivi, ecc, la sede della nostra razionalità decide il da farsi.

Ma non lo fa in maniera esattamente autonoma: il suo responso razionale si dirige verso l’amigdala per rinforzare le decisioni prese o per inibirle. Ma la risposta dell’amigdala è già partita da tempo. Se è una risposta coerente con la neocorteccia, allora tutto bene, se non lo è, molto probabilmente sarà una risposta conservativa, che non guarda molto per il sottile, ma che ci fa salvare la pellaccia. Si, lo so che lo sapete già, è la fight or flight, e sicuramente ne parleremo meglio in un altro articolo 😉

Se non è una risposta coerente con la neocorteccia, avrà la prevalenza la decisione dell’amigdala, dato che sarà partita molto prima. Cioè, razionalmente ci potremmo rendere conto della risposta solo dopo averla iniziata inconsciamente.

L’amigdala e l’ippocampo sono delle strutture presenti nella parte più ancestrale del nostro cervello. Le loro reazioni possibili sono grossolane ma, fortunatamente, immediate. LeDoux usa sempre il racconto del serpente per spiegare come ragiona questa parte importantissima del nostro cervello.

Se noi stiamo camminando lungo un sentiero e con la coda dell’occhio vediamo qualcosa che ricorda la forma di serpente, la nostra risposta inconscia potrebbe essere quella di scattare e di ritirarci. Se poi, poco dopo, ci rendiamo conto che non era un serpente ma era soltanto un bastone, poco male: se fosse stato davvero un serpente ci saremmo salvati la vita! Per usare le sue esatte parole:

“Meglio scambiare un bastone per un serpente che un serpente per un bastone”

Impugnare un Crotalo scambiandolo per un bastone non è  un’esperienza che paga molto sul piano evolutivo…

Punto 2:
LeDoux ha quindi dimostrato in maniera inequivocabile (cronometro alla mano) che la risposta conservativa inconscia arriva sempre molto prima di quella razionale.

Questo significa esattamente quello che sembra: i nostri istinti profondi, CHE SONO ASSOLUTAMENTE CONDIZIONABILI, possono portare a delle risposte precedenti all’intervento della nostra ragione, con tutto quello che implica.

Ribadisco che quello che ho riassunto è soltanto una pallida, parziale e modestissima banalizzazione riassuntiva di un libro molto, molto impegnativo, ma altrettanto appagante dal punto di vista del bagaglio di conoscenze che se ne possono ricavare.

Mental Survival punta ad un obbiettivo importantissimo: condizionare efficacemente questo tipo di reazioni profonde, in modo da migliorare le nostre capacità di sopravvivenza, in qualsiasi ambito ci troviamo. Ce la faremo? È fattibile. Dipende solo da noi.

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Recensione di “ON COMBAT” di Dave Grossman – con Loren W. Christensen

Altro titolo che ha influenzato enormemente la stesura di Mental Survival e dal quale moltissimo è stato preso, come filosofia di base. Iniziamo col dire che il titolo dell’opera a è fuorviante: il vero titolo di On Combat avrebbe dovuto essere, in base ai contenuti, qualcosa come Managing Performance Stress and Violence, cosa che però lo avrebbe reso stilisticamente diverso dal suo predecessore, On Killing, invece perfettamente coerente tra titolo e contenuto.

Questa finezza editoriale potrebbe essere costata all’autore la perdita di una enorme fetta di pubblico alla quale del combattimento proprio non interessa niente, ma che magari è incuriosita da come cambia la performance sotto stress e come viene trasmessa la violenza dai media e dai videogiochi ai nostri figli. Perché parla proprio anche di questo.

Grossman, ex tenente colonnello dell’esercito degli Stati Uniti, è anche uno psicologo proprio come John Leach, ma ha un approccio un po’ meno accademico e molto più pratico: ha incontrato in prima persona ed intervistato i protagonisti di numerose tragedie di natura bellica, terroristica, o conflitti a fuoco, ed ha analizzato decine di studi o di statistiche interne di moltissimi reparti della difesa americana, dai corpi di polizia cittadini ai Marines. I suoi contenuti sono forti e fanno davvero riflettere molto. È una persona che lavora tantissimo sul campo e partecipa attivamente allo studio di situazioni che di stress ne hanno da vendere.

Il libro è diviso in 4 parti e 24 capitoli, per un totale di 350 pagine. La lettura è scorrevolissima, si legge molto facilmente ed è uno di quei libri che possono essere letti anche a pezzi o saltando da un capitolo a un altro, anche se seguire il filo logico dell’autore è sempre preferibile. È anche referenziato molto accuratamente (leggasi: non cita un aneddotica discutibile o arbitraria ma analizza degli studi scientifici e delle statistiche fatte con tutti i crismi del caso).

I primi due capitoli affrontano le paure e sfata alcuni miti eccessivamente machisti riguardo a quello che succede veramente in guerra. Mediamente originale.

Il capitolo 3 è una lettura obbligata per chi voglia capire la fisiologia dello stress, cosa che, anche se con intensità e modalità diverse, serve davvero a tutti. Per nulla originale, lo ha già fatto LeDoux e decine di altri autori, ma comunque utilissimo, e scritto in maniera molto chiara e comprensibile.

Il capitolo 4 inizia ad entrare nel nucleo del libro: introduce il suo sistema delle condizioni, cioè definisce e suddivide in base ai livelli di stimolo (stress) presente l’andamento della performance. Mediamente originale, anche se quello che dice lui non è nient’altro che l’applicazione della legge di Yerkes-Dodson, che prende, dichiarandolo, da Bruce K. Siddle, l’autore di Sharpening the Warrior’s Edge (capolavoro), che a sua volta cita i veri autori (finalmente!). Cionostante è maledettamente utile sapere come performiamo sotto stress ed in che modo ottimizzare la cosa. E lui lo spiega, benissimo. Ammette la somiglianza e l’ispirazione al Color Code di Cooper (che cita) sottolineando però le importantissime differenze, che ci sono davvero, cosa che lo rende un sistema utile ed anche originale, alla fine.
Introduce il concetto fondamentale dell’inoculazione di stress (di Meichenbaum, che non cita ma tanto si sa che è lui) approfondita in gran parte del libro ed importantissima.

Nei capitoli successivi, riassumendo brevemente, analizza in maniera autorevole e supportata da evidenze plausibili che presenta e argomenta, la correlazione esistente tra la violenza televisiva e dei videogiochi di guerra o simili e l’aumento di episodi di violenza.

Il libro è realmente il frutto di anni di esperienza degli autori sul campo e dall’analisi di una casistica su stress da guerre, aggressioni e violenza, davvero senza precedenti. L’analisi della prestazione sotto stress è fondamentale, a mio avviso, in qualsiasi ambito umano esistente. Perché possiamo anche essere dei genii, ma se, ad esempio, non riusciamo a sopportare delle pressioni minime sul lavoro, tutta la nostra genialità non servirà proprio a nulla perché il nostro punto di rottura è troppo basso per affrontare certe cose.

Condizionare la nostra riposta allo stress è possibile ed è utilissimo in qualsiasi ambito, nessuno escluso. È il messaggio che vuole far passare Mental Survival e che è espresso egregiamente in On Combat.

Raccomandatissimo. C’è anche in italiano, solo cartaceo. È possibile scaricare indice e scheda introduttiva dal sito di Libreria Militare.

On Combat, Edizioni Libreria Militare, 2009, € 30
Amazon.it

oncombat-scheda

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Recensione di “Survival Psychology” di John Leach

Il testo è consigliato a tutti ed in qualsiasi ambito. È sicuramente un argomento complesso ma l’autore lo affronta in maniera schematica, chiarissima e comprensibile a chiunque.

È un’importante analisi statistica dei comportamenti umani di fronte a pericoli o in situazioni di estrema emergenza. È interessante perché dalla sua casistica, accuratamente documentata e riconosciuta senza riserve nell’ambiente scientifico, emergono dei pattern costanti delle modalità comportamentali. Il libro è diviso in sette capitoli principali:

  1. Anatomia di un disastro: espone le varie fasi nelle quali si sviluppa un episodio a rischio analizzando la risposta umana suddivisa per varietà e dati percentuali.
  2. Risposte psicologiche al disastro: disamina accurata sui comportamenti più frequenti nelle situazioni di pericolo
  3. Reazioni individuali: qua l’autore entra molto più nel dettaglio, analizzando I fenomeni di ansia paralizzante, distorsione percettiva (ad es. la famigerata tunnel vision), negazione, apatia, iperattività comportamento stereotipato o irrazionale, ansia, sensi di colpa, crollo psicologico e molti altri.
  4. Fattori associati alla sopravvivenza: elenca tutto quello che può influenzare negativamente le probabilità di sopravvivenza di un individuo, come la fatica, La mancanza di sonno libro o ipertermia, la fame, la sede e diversi altri.
  5. Comportamenti pro attivi e primo soccorso psicologico: spiega come le possibilità di sopravvivenza possono essere aumentate a seconda dell’addestramento psicologico e pratico delle persone che potrebbero trovarsi in situazioni a rischio. Introduce il concetto di primo soccorso psicologico, realtà emergente importantissima e fondamentale nell’affrontare a caldo le situazioni di emergenza e nel prevenire l’insorgere della famigerata sindrome post traumatica da stress (PTSD)
  6. Sopravvivenza a lungo termine: evidenzia le problematiche che si possono affrontare in una situazione di sussistenza, dalla ricerca di uno scopo al convivere con la solitudine totale, e analizza anche la sopravvivenza in relazione al carattere individuale.
  7. Recupero e post trauma: analizza il fenomeno della sindrome post traumatica da stress E del suo impatto sia sulle vittime che sui soccorritori.

Il testo è niente di meno che la bibbia della psicologia della sopravvivenza. È un’opera eccezionale anche per l’estrema chiarezza che l’autore ha usato e per il fatto che sia riuscito a divulgare in maniera estremamente comprensibile delle realtà molto difficili da riassumere e da comunicare.

Nella stesura di Mental Survival, ho citato più volte ed ho inserito a piene mani l’opera ed il pensiero di John Leach, cercando di integrarla dove possibile con degli approfondimenti relativi agli ultimi studi sulle neuroscienze, in particolare sulla risposta fisiologica alla paura, e sul condizionamento attivo all’attitudine alla sopravvivenza. Non posso muovere nessuna critica negativa a quest’opera che a dir poco venero e senza la quale non avrei potuto scrivere proprio un bel niente. Posso solo augurarmi che l’autore decida di farne una seconda edizione aggiornata, dato che la stesura di questa pietra miliare è datata 1994, e che venga tradotta anche in italiano, dato che attualmente è disponibile soltanto in inglese.

È disponibile su Amazon la ristampa con copertina flessibile a 59€. Da leggere, rileggere e sottolineare!

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