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THE REVENANT: ovvero come si sopravvive mentalmente in un esperimento dai risvolti psicologici interessanti.

Perdonatemi il titolo stile Lina Wertmuller ma davvero non ho saputo resistere né sintetizzare meglio l’argomento. Come molti sapranno, giorni fa, una scuola della Federazione Italiana Survival Sportivo e Sperimentale (in breve: FISSS) la consociata SOS 2012 è stata contattata nientepopodimeno che dalla 20th Century Fox Italia per creare un corso di survival ad hoc per alcuni blogger. Questo corso, orsi esclusi, doveva essere ispirato allo stupendo film che finalmente ha portato una statuetta a Leonardo Di Caprio. Nel corso, della durata di 24 ore, i protagonisti dovevano: imparare rudimentali tecniche di sopravvivenza, costruirsi un riparo, proteggersi da un eventuale maltempo (la Fox non bada a spese: ha fatto pure grandinare!) e dormire all’aperto senza molti comfort (eufemismo). Il tutto solo con un sacco di iuta a disposizione, che poteva essere riempito con quello che i partecipanti ritenevano indispensabile.

Sebbene all’inizio fossi entusiasta per l’iniziativa per il successo dei miei amici della SOS 2012, ho lasciato cadere la cosa poco dopo la fine dell’impresa, non dando troppo peso all’accaduto. Ma dopo aver esaminato i video di alcuni blogger non ho saputo trattenermi dal commentare la cosa. Si è accesa una lampadina: un laboratorio di survival a cielo aperto completamente filmato non capita certo tutti i giorni!

Va fatta una serie di premesse: i protagonisti erano lì spontaneamente e sapevano di essere filmati. Sapevano anche di non essere a rischio di vita, d’accordo, ma vivere un’avventura in un posto che non è esattamente lo Sheraton ad alcuni può non andare proprio giù. Ciononostante sono emerse delle dinamiche individuali piuttosto interessanti.

I personaggi esaminati nell’ottica del survival sono: Andrea Galeazzi, Claudio di Biagio e Maurizio Merluzzo, ed infine Matteo Bruno. Diversi per provenienza geografica e per atteggiamento di fronte alle novità ed all’uscita dalla confort zone. Cerchiamo di analizzare, prendendo la situazione con la leggerezza dovuta e senza voler giudicare nessuno, i comportamenti di ognuno di loro.

Andrea Galeazzi, milanese, architetto classe 1973. Ecco il video. La sua confort zone sembra essere finita appena sceso dal letto. Mezzo panico per lo sciopero dei taxi, ma il wannabe survivor in erba si salva solo grazie al provvido rinvenimento di una car2go. Fin qua, ci sta anche. Skill dimostrati: orientamento urbano.
0:40: si chiede chi glie l’ha fatto fare. Come inizio non è la premessa migliore…
1:18 – Colazione abbondante, ottima idea!
2:04 – Chiede a un algido Daniele Manno se è tutto finto, ma Manno lo sfotte un po’ e lui non sembra soddisfatto, anzi.
2:51 – D’accordo la marchetta per lo sponsor, ma nemmeno se sei il titolare del sito del “milanese abbrutito” sei autorizzato a portarti un MacBook nei boschi. Con tutta quella tecnologia (e quel peso / ingombro) come ti integri con l’ambiente?
3:04 – DUE dico DUE battery pack. Non è un pelo tantino per un giro nei boschi?
3:10 – Mostra delle cuffie per lavorare a un video di notte? Quali forze spera di avere, una volta fatto tutto il necessario per sistemarsi? Ottimista…
3:38 – Si parte. Dopo i primi 500 metri si lamenta. Brutto inizio così.
4:37 – usa GPS e cardiofrequenzimetro per un’escursione in gruppo e controlla il battito cardiaco mentre cammina. Ma il GPS è piuttosto inutile perché tanto chi guida il gruppo sa dove andare, ed il cardio altrettanto perché se si preoccupa del battito mentre sta soltanto camminando, o ha problemi seri di salute, oppure perde solo tempo perché è un dato che non gli serve a molto se sta solo camminando…
6:00 – accende un fuoco con l’acciarino, nonostante la paglia bagnata. Non ha molta tecnica ma si impegna con caparbietà. Bravo!
Gradualmente sembra adattarsi alla situazione, anche se a 8:11 ritira fuori il macbook tessendone le lodi, nuovamente. Ma godersi un po’ la nottata davanti al fuoco è così brutto?
Arriva l’alba e dalla faccia si vede che non ha dormito molto.
Chiudiamo con le sue parole: il momento più bello del corso di sopravvivenza è quando si torna a casa. Detto tutto.
Le mie conclusioni da spettatore survivalista sono che: sembra poco adattabile, è ovviamente ostile all’ambiente, che lo diventa di conseguenza nei suoi confronti, e vive un’esperienza che poteva essere un piacevole stacco dalla vita della metropoli e da una tecnologia della quale è dipendente, come un apnea di 24 ore dalla connessione di rete. Se per lui i confini di un’avventura sono quelli della copertura dati, allora si perde davvero molto. Può ovviamente migliorare tantissimo, ma soltanto rinunciando, in situazioni simili, alla sua dose quotidiana di droghe tecnologiche e lamentandosi un po’ meno perché lo fa spesso. Ma nonostante tutto è simpatico e non si fa prendere mai dallo sconforto anche se un po’ patisce la situazione. Che poi io lo capisco benissimo… molti di noi sono un po’ tecnomaniaci, nerd e vivono per le novità elettroniche: solo che in una situazione di survival, quello che non è vitale, è un peso inaccettabile, tanto che maledici il momento che l’hai infilato nello zaino ogni volta che fai un passo. E lo zaino che poteva essere una piuma, è soltanto un macigno pieno di insicurezze o di finte certezze superflue, che anziché aiutarti, ti appesantiscono e basta. Perché tanto, di fronte allo spettacolo della natura, anche il gingillo più accattivante non vale davvero niente.
Poi magari è un survivor coi fiocchi e ci ha presi tutti in giro, chi può dirlo? VOTO: 6 per il non avere mollato.

Claudio di Biagio, #bellodemamma e nonapritequestotubo, assieme a Maurizio Merluzzo. C’è autoironia. Molta. Si vede che non sa distinguere un tasso (pianta) da un tasso (animale) ma sdrammatizza la sua candida e palesata incapacità di agire e fa morire dal ridere. La spiegazione dei due sulle proprietà cicatrizzanti delle margherite è degna di Johnny Depp e Benicio Del Toro in “Paura e delirio a Las Vegas” (o Totò e Peppino quando scrivono una lettera?) solo che Claudio e Maurizio sono così senza droghe e anche alle undici di mattina. La scelta di una musica epica per la realizzazione di un semplicissimo nodo piano, è degna di un genio. Idem il doppiaggio intenso a 2:42.
A 3:45 si sente un tuono e lo sguardo, tra l’incredulo e il preoccupato, sta dicendo: ma è un effetto speciale, vero, mica sta per diluviare sul serio?
L’ironia è utile nelle situazioni difficili, e Claudio ne ha una grandissima scorta. Anche quando gli cade la legna ride e fa ridere, esorcizzando così gli aspetti più difficili della situazione. È sempre positivo, anche al risveglio. Non sta serio un momento che sia uno, e questo aiuta moltissimo, sia se stesso che quelli che gli stanno intorno. Come non dargli un VOTO: 7 per l’ironia e lo humor.

Ed infine Matteo Bruno (Cane Secco). Parte consapevole di avere un sacco troppo pesante per la sua non proprio titanica struttura fisica (altro eufemismo) ma affronta la cosa accettandola punto e basta. Inventa e battezza il “nodo del cane di merda”  (cit.) realizzato al posto di un nodo barcaiolo, ma scopre l’errore solo mentre sta montando il video, e lo ammette in maniera esilarante. Si dimentica di dire diverse cose, ma ammette tutti gli errori che ripara con spiegazioni raffazzonatissime ma divertenti, simpatico paraculo che non è altro. Non è nel suo ambiente ma è proattivo e positivo. Al risveglio (ammesso che abbia dormito davvero) sembra a pezzi, ma ha quell’espressione quasi mistica (e/o stanca?) di chi ha colto davvero lo spirito della cosa, e sembra davvero coinvolto positivamente nell’esperienza.

La chiave di volta di tutti e tre i video è al minuto 7:37 e la svela proprio Matteo. La frase magica è:

“È incredibile come il giorno dopo tutto sembri più ospitale e sereno”

Bingo. Ha fatto centro. È quello che ha complessivamente vissuto nel modo migliore l’esperienza. Ammette di aver fatto fatica ma sottolinea il valore positivo della cosa. VOTO: 8 per l’aver capito il valore di quello che stava imparando.

Una cosa che spiego sempre nei corsi di Mental Survival, particolarmente difficile da recepire anche se si ripete a iosa, è che la percezione della realtà è un’esperienza soggettiva ed individuale, non un fatto universale. Immaginate un esperto di sopravvivenza nella loro stessa situazione: come avrebbe dormito? quali sarebbero state le sue preoccupazioni principali? come avrebbe vissuto l’intera esperienza? Se la realtà della situazione è fattuale, tutto il resto è solo percezione soggettiva.
Tre elementi, tre realtà vissute in modi totalmente diversi tra loro. Chi dei tre ha ragione?
Tutti e nessuno. Chi si sarebbe salvato in una situazione davvero difficile? Non si può dire. Chiunque di loro avrebbe probabilmente potuto stupire tutti, iniziando da loro stessi, sia nel bene che nel male.

Come già ripetuto allo sfinimento da tutti gli autori dei testi di survival più accreditati, la sopravvivenza è davvero un fenomeno mentale all’80%, e qua ne abbiamo un’ennesima dimostrazione lampante. Buona visione di The Revenant a tutti!

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Il Primo Soccorso Psicologico (PFA): che cos’è e quando serve

Il Primo Soccorso Psicologico, o PFA nel suo acronimo americano (Psychological First Aid) nasce dal riconoscimento dell’esigenza di intervenire rapidamente e su larga scala in caso di tragedie o calamità naturali, in soccorso della popolazione, dal punto di vista delle esigenze emotive e psicologiche.

Si è capito facilmente che mobilitare nella pratica una quantità di psicologi di pronto intervento proporzionale ai superstiti di un evento di massa come un uragano o un terremoto, sarebbe stato logisticamente impossibile: pertanto, si è scelto di creare dei protocolli di rapido apprendimento, immediati, efficaci e semplici da mettere in atto, che potesse essere imparata in tempi brevi da quasi chiunque potesse dare la propria disponibilità come volontario in caso di necessità (previo ovviamente il superamento di un esame).

È una disciplina, o meglio, un protocollo d’intervento piuttosto recente, nato dalla collaborazione tra il centro nazionale americano per lo studio del disturbo posttraumatico da stress (il centro è l’NTCSN, il disturbo posttraumatico da stress è il PTSD, perdonate gli acronimi ma gli americani ne usano a iosa) e diverse realtà internazionali dedicate al soccorso, del calibro della Croce Rossa, o dell’associazione americana degli psicologi, per intenderci.

È nato proprio per limitare l’insorgenza di questa terribile sindrome che è il PTSD: dall’esperienza dello studio di decine di migliaia di soggetti trattati, si è notato che l’approccio migliore non era il debrief, che poteva riacuire i sintomi psicologici, richiamando alla mente gli episodi vissuti, ma un approccio totalmente empatico, che facesse sentire immediatamente a suo agio, ascoltata e compresa, la persona che aveva subìto un trauma.

Non è un sistema diagnostico: non essendo amministrato da psicologi professionisti, non può effettuare diagnosi mediche. Nei corsi sono fornite però delle linee guida che possono aiutare a distinguere i pazienti che hanno realmente bisogno di un professionista da quelli per i quali è soltanto necessario un aiuto pratico, ed il riconoscimento empatico del proprio stato di necessità.

Nella stesura di Mental Survival ho ritenuto fondamentale esaminare tutti gli aspetti del post evento traumatico, perché non sempre con la fine dell’evento finiscono anche i problemi, anzi è proprio quando si sopravvive all’impatto che inizia la vera sopravvivenza. È in questa fase che inizia a manifestarsi la reale portata psicologica di quello che è successo, ed è da questa fase che si deve intervenire attivamente per limitare i danni futuri.

Perché se uno si salva la pelle in una tragedia, non è detto che la sua psiche non abbia subìto danni importanti; come sempre: PRIMA SI INTERVIENE E PRIMA SI RISOLVE. Le risorse online per il PFA sono tantissime e completamente gratuite, o quasi. Personalmente, ne ho trovate due ottime, ho seguito ed ottenuto il certificato sia dall’ente americano NTCSN (i fondatori della PFA, tanto materiale scaricabile) che su Coursera, alla Johns Hopkins University, dove le lezioni video di George S. Everly sono chiarissime, schematiche e facilissime da apprendere. Entrambe sono impeccabili, hanno come unica differenza due metodi di applicazione leggermente diversi.

Suggerisco a chiunque di iscriversi e di seguire non uno ma entrambe i corsi, perché le cose che si possono imparare sono davvero utilissime.  Soprattutto il personale di corpi come come i soccorritori della Croce Rossa, i Vigili del Fuoco, le squadre di pronto intervento, militari e corpi speciali, o chiunque sia esposto frequentemente al contatto con delle persone in stato di trauma o che necessitano di aiuto, possono realmente avere dei vantaggi per se stessi e per gli altri con lo studio di questo utilissimo protocollo di intervento.

La lezione più bella e più difficile che il PFA ci fa capire, è che delle volte il nostro aiuto può essere preziosissimo ed efficace anche semplicemente ascoltando una persona in difficoltà con empatia e comprensione, e questo, ci può succedere in qualsiasi ambito possibile.

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Recensione di “Il Cervello in 30 secondi”

di Anil Seth, LOGOS EDIZIONI, 2014, 160 Pagine a colori con copertina rigida.

Orientarsi in questo vastissimo ambito può essere utile per comprendere i meccanismi fisiologici di base delle nostre risposte emotive e dei comportamenti razionali, armi indispensabili nella sopravvivenza quotidiana, nelle giungle urbane e non solo.

Rendere comprensibili le neuroscienze è un’impresa titanica, ma l’autore qua ha fatto davvero centro. Non diventi certo un nobel dopo che lo hai letto, ma almeno non cercherai più di aggiustarti i capelli preoccupato quando qualcuno, in una conversazione, ti accennerà ai neuroni specchio.

Fermo restando l’argomento particolare, è un libro divertente, leggero e facilissimo da leggere, anche in modo non lineare e sporadico. Ogni argomento viene affrontato singolarmente ed in un modo molto schematico e chiaro che rende comprensibile una tra le materie più complesse esistenti.

Ribadisco che uno non si trasforma in uno scienziato con una lettura simile: potrà sapere qualcosa di utile in più, ma la differenza di rappresentazione tra questo testo e le neuroscienze vere e proprie è la stessa che passa tra localizzarsi su una mappa in scala 1:25.000 e  vedere la realtà attorno a noi coi nostri occhi. Detto ciò è proprio divertente da leggere. È un po’ da nerd alla Big Bang Theory, ma nemmeno troppo. È come uno speciale monotematico di Focus, che lo divori, senza impegno né ansie da prestazione mentali, ma che qualcosa dentro ti lascia. Sarà anche merito di una veste grafica stupenda (come tantissimi altri titoli della Logos) che coinvolge e snellisce la lettura, dandole un respiro ed una freschezza che rendono davvero comprensibile anche un tema difficile come quello trattato.

Gli argomenti spaziano dalla semplice anatomia di base, un infarinatura sulle teorie sul cervello, il tema della coscienza, la percezione ed i suoi paradossi, arrivando fino alla cognizione e alla neuroplasticità. È utile per capire vagamente come funziona il cervello e quanto è vasta la materia, senza perdere troppo tempo e senza ammorbarsi con letture narcotiche o eccessivamente difficili.

La cosa veramente utile di questo divertente saggio è che riesce ad appassionare davvero all’argomento ed a gettare le basi per degli approfondimenti più sostanziosi, anche grazie alla bibliografia suggerita, nettamente diversa come spessore, ma realmente utile per iniziare ad esplorare attivamente questo settore della conoscenza umana che sta espandendosi verso una comprensione più completa del grande mistero della nostra sofisticatissima materia grigia.

C’è anche su Amazon e costa 17 €. E… fa fare una bella figura anche sotto l’ombrellone…

ICITS

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