MENTAL SURVIVAL – UN ANNO DOPO

Il 22 Aprile 2016 usciva ufficialmente Mental Survival. Ho investito tanto nella sua stesura, ma ho avuto anche delle grosse soddisfazioni dai feedback delle persone. Gli incontri con il pubblico, le interviste e gli articoli di presentazione, le telefonate per i confronti, le citazioni in altri testi del settore, sono davvero una testimonianza concreta del successo che ha avuto e che ha tuttora. Perché a undici mesi dalla pubblicazione, a 20 recensioni con 4,8 stelle di media su Amazon, è andato esaurito ed è già stato messo in ristampa! E a breve, anche una grande, grande novità… STAY TUNED!!!

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THE REVENANT: ovvero come si sopravvive mentalmente in un esperimento dai risvolti psicologici interessanti.

Perdonatemi il titolo stile Lina Wertmuller ma davvero non ho saputo resistere né sintetizzare meglio l’argomento. Come molti sapranno, giorni fa, una scuola della Federazione Italiana Survival Sportivo e Sperimentale (in breve: FISSS) la consociata SOS 2012 è stata contattata nientepopodimeno che dalla 20th Century Fox Italia per creare un corso di survival ad hoc per alcuni blogger. Questo corso, orsi esclusi, doveva essere ispirato allo stupendo film che finalmente ha portato una statuetta a Leonardo Di Caprio. Nel corso, della durata di 24 ore, i protagonisti dovevano: imparare rudimentali tecniche di sopravvivenza, costruirsi un riparo, proteggersi da un eventuale maltempo (la Fox non bada a spese: ha fatto pure grandinare!) e dormire all’aperto senza molti comfort (eufemismo). Il tutto solo con un sacco di iuta a disposizione, che poteva essere riempito con quello che i partecipanti ritenevano indispensabile.

Sebbene all’inizio fossi entusiasta per l’iniziativa per il successo dei miei amici della SOS 2012, ho lasciato cadere la cosa poco dopo la fine dell’impresa, non dando troppo peso all’accaduto. Ma dopo aver esaminato i video di alcuni blogger non ho saputo trattenermi dal commentare la cosa. Si è accesa una lampadina: un laboratorio di survival a cielo aperto completamente filmato non capita certo tutti i giorni!

Va fatta una serie di premesse: i protagonisti erano lì spontaneamente e sapevano di essere filmati. Sapevano anche di non essere a rischio di vita, d’accordo, ma vivere un’avventura in un posto che non è esattamente lo Sheraton ad alcuni può non andare proprio giù. Ciononostante sono emerse delle dinamiche individuali piuttosto interessanti.

I personaggi esaminati nell’ottica del survival sono: Andrea Galeazzi, Claudio di Biagio e Maurizio Merluzzo, ed infine Matteo Bruno. Diversi per provenienza geografica e per atteggiamento di fronte alle novità ed all’uscita dalla confort zone. Cerchiamo di analizzare, prendendo la situazione con la leggerezza dovuta e senza voler giudicare nessuno, i comportamenti di ognuno di loro.

Andrea Galeazzi, milanese, architetto classe 1973. Ecco il video. La sua confort zone sembra essere finita appena sceso dal letto. Mezzo panico per lo sciopero dei taxi, ma il wannabe survivor in erba si salva solo grazie al provvido rinvenimento di una car2go. Fin qua, ci sta anche. Skill dimostrati: orientamento urbano.
0:40: si chiede chi glie l’ha fatto fare. Come inizio non è la premessa migliore…
1:18 – Colazione abbondante, ottima idea!
2:04 – Chiede a un algido Daniele Manno se è tutto finto, ma Manno lo sfotte un po’ e lui non sembra soddisfatto, anzi.
2:51 – D’accordo la marchetta per lo sponsor, ma nemmeno se sei il titolare del sito del “milanese abbrutito” sei autorizzato a portarti un MacBook nei boschi. Con tutta quella tecnologia (e quel peso / ingombro) come ti integri con l’ambiente?
3:04 – DUE dico DUE battery pack. Non è un pelo tantino per un giro nei boschi?
3:10 – Mostra delle cuffie per lavorare a un video di notte? Quali forze spera di avere, una volta fatto tutto il necessario per sistemarsi? Ottimista…
3:38 – Si parte. Dopo i primi 500 metri si lamenta. Brutto inizio così.
4:37 – usa GPS e cardiofrequenzimetro per un’escursione in gruppo e controlla il battito cardiaco mentre cammina. Ma il GPS è piuttosto inutile perché tanto chi guida il gruppo sa dove andare, ed il cardio altrettanto perché se si preoccupa del battito mentre sta soltanto camminando, o ha problemi seri di salute, oppure perde solo tempo perché è un dato che non gli serve a molto se sta solo camminando…
6:00 – accende un fuoco con l’acciarino, nonostante la paglia bagnata. Non ha molta tecnica ma si impegna con caparbietà. Bravo!
Gradualmente sembra adattarsi alla situazione, anche se a 8:11 ritira fuori il macbook tessendone le lodi, nuovamente. Ma godersi un po’ la nottata davanti al fuoco è così brutto?
Arriva l’alba e dalla faccia si vede che non ha dormito molto.
Chiudiamo con le sue parole: il momento più bello del corso di sopravvivenza è quando si torna a casa. Detto tutto.
Le mie conclusioni da spettatore survivalista sono che: sembra poco adattabile, è ovviamente ostile all’ambiente, che lo diventa di conseguenza nei suoi confronti, e vive un’esperienza che poteva essere un piacevole stacco dalla vita della metropoli e da una tecnologia della quale è dipendente, come un apnea di 24 ore dalla connessione di rete. Se per lui i confini di un’avventura sono quelli della copertura dati, allora si perde davvero molto. Può ovviamente migliorare tantissimo, ma soltanto rinunciando, in situazioni simili, alla sua dose quotidiana di droghe tecnologiche e lamentandosi un po’ meno perché lo fa spesso. Ma nonostante tutto è simpatico e non si fa prendere mai dallo sconforto anche se un po’ patisce la situazione. Che poi io lo capisco benissimo… molti di noi sono un po’ tecnomaniaci, nerd e vivono per le novità elettroniche: solo che in una situazione di survival, quello che non è vitale, è un peso inaccettabile, tanto che maledici il momento che l’hai infilato nello zaino ogni volta che fai un passo. E lo zaino che poteva essere una piuma, è soltanto un macigno pieno di insicurezze o di finte certezze superflue, che anziché aiutarti, ti appesantiscono e basta. Perché tanto, di fronte allo spettacolo della natura, anche il gingillo più accattivante non vale davvero niente.
Poi magari è un survivor coi fiocchi e ci ha presi tutti in giro, chi può dirlo? VOTO: 6 per il non avere mollato.

Claudio di Biagio, #bellodemamma e nonapritequestotubo, assieme a Maurizio Merluzzo. C’è autoironia. Molta. Si vede che non sa distinguere un tasso (pianta) da un tasso (animale) ma sdrammatizza la sua candida e palesata incapacità di agire e fa morire dal ridere. La spiegazione dei due sulle proprietà cicatrizzanti delle margherite è degna di Johnny Depp e Benicio Del Toro in “Paura e delirio a Las Vegas” (o Totò e Peppino quando scrivono una lettera?) solo che Claudio e Maurizio sono così senza droghe e anche alle undici di mattina. La scelta di una musica epica per la realizzazione di un semplicissimo nodo piano, è degna di un genio. Idem il doppiaggio intenso a 2:42.
A 3:45 si sente un tuono e lo sguardo, tra l’incredulo e il preoccupato, sta dicendo: ma è un effetto speciale, vero, mica sta per diluviare sul serio?
L’ironia è utile nelle situazioni difficili, e Claudio ne ha una grandissima scorta. Anche quando gli cade la legna ride e fa ridere, esorcizzando così gli aspetti più difficili della situazione. È sempre positivo, anche al risveglio. Non sta serio un momento che sia uno, e questo aiuta moltissimo, sia se stesso che quelli che gli stanno intorno. Come non dargli un VOTO: 7 per l’ironia e lo humor.

Ed infine Matteo Bruno (Cane Secco). Parte consapevole di avere un sacco troppo pesante per la sua non proprio titanica struttura fisica (altro eufemismo) ma affronta la cosa accettandola punto e basta. Inventa e battezza il “nodo del cane di merda”  (cit.) realizzato al posto di un nodo barcaiolo, ma scopre l’errore solo mentre sta montando il video, e lo ammette in maniera esilarante. Si dimentica di dire diverse cose, ma ammette tutti gli errori che ripara con spiegazioni raffazzonatissime ma divertenti, simpatico paraculo che non è altro. Non è nel suo ambiente ma è proattivo e positivo. Al risveglio (ammesso che abbia dormito davvero) sembra a pezzi, ma ha quell’espressione quasi mistica (e/o stanca?) di chi ha colto davvero lo spirito della cosa, e sembra davvero coinvolto positivamente nell’esperienza.

La chiave di volta di tutti e tre i video è al minuto 7:37 e la svela proprio Matteo. La frase magica è:

“È incredibile come il giorno dopo tutto sembri più ospitale e sereno”

Bingo. Ha fatto centro. È quello che ha complessivamente vissuto nel modo migliore l’esperienza. Ammette di aver fatto fatica ma sottolinea il valore positivo della cosa. VOTO: 8 per l’aver capito il valore di quello che stava imparando.

Una cosa che spiego sempre nei corsi di Mental Survival, particolarmente difficile da recepire anche se si ripete a iosa, è che la percezione della realtà è un’esperienza soggettiva ed individuale, non un fatto universale. Immaginate un esperto di sopravvivenza nella loro stessa situazione: come avrebbe dormito? quali sarebbero state le sue preoccupazioni principali? come avrebbe vissuto l’intera esperienza? Se la realtà della situazione è fattuale, tutto il resto è solo percezione soggettiva.
Tre elementi, tre realtà vissute in modi totalmente diversi tra loro. Chi dei tre ha ragione?
Tutti e nessuno. Chi si sarebbe salvato in una situazione davvero difficile? Non si può dire. Chiunque di loro avrebbe probabilmente potuto stupire tutti, iniziando da loro stessi, sia nel bene che nel male.

Come già ripetuto allo sfinimento da tutti gli autori dei testi di survival più accreditati, la sopravvivenza è davvero un fenomeno mentale all’80%, e qua ne abbiamo un’ennesima dimostrazione lampante. Buona visione di The Revenant a tutti!

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Il Primo Soccorso Psicologico (PFA): che cos’è e quando serve

Il Primo Soccorso Psicologico, o PFA nel suo acronimo americano (Psychological First Aid) nasce dal riconoscimento dell’esigenza di intervenire rapidamente e su larga scala in caso di tragedie o calamità naturali, in soccorso della popolazione, dal punto di vista delle esigenze emotive e psicologiche.

Si è capito facilmente che mobilitare nella pratica una quantità di psicologi di pronto intervento proporzionale ai superstiti di un evento di massa come un uragano o un terremoto, sarebbe stato logisticamente impossibile: pertanto, si è scelto di creare dei protocolli di rapido apprendimento, immediati, efficaci e semplici da mettere in atto, che potesse essere imparata in tempi brevi da quasi chiunque potesse dare la propria disponibilità come volontario in caso di necessità (previo ovviamente il superamento di un esame).

È una disciplina, o meglio, un protocollo d’intervento piuttosto recente, nato dalla collaborazione tra il centro nazionale americano per lo studio del disturbo posttraumatico da stress (il centro è l’NTCSN, il disturbo posttraumatico da stress è il PTSD, perdonate gli acronimi ma gli americani ne usano a iosa) e diverse realtà internazionali dedicate al soccorso, del calibro della Croce Rossa, o dell’associazione americana degli psicologi, per intenderci.

È nato proprio per limitare l’insorgenza di questa terribile sindrome che è il PTSD: dall’esperienza dello studio di decine di migliaia di soggetti trattati, si è notato che l’approccio migliore non era il debrief, che poteva riacuire i sintomi psicologici, richiamando alla mente gli episodi vissuti, ma un approccio totalmente empatico, che facesse sentire immediatamente a suo agio, ascoltata e compresa, la persona che aveva subìto un trauma.

Non è un sistema diagnostico: non essendo amministrato da psicologi professionisti, non può effettuare diagnosi mediche. Nei corsi sono fornite però delle linee guida che possono aiutare a distinguere i pazienti che hanno realmente bisogno di un professionista da quelli per i quali è soltanto necessario un aiuto pratico, ed il riconoscimento empatico del proprio stato di necessità.

Nella stesura di Mental Survival ho ritenuto fondamentale esaminare tutti gli aspetti del post evento traumatico, perché non sempre con la fine dell’evento finiscono anche i problemi, anzi è proprio quando si sopravvive all’impatto che inizia la vera sopravvivenza. È in questa fase che inizia a manifestarsi la reale portata psicologica di quello che è successo, ed è da questa fase che si deve intervenire attivamente per limitare i danni futuri.

Perché se uno si salva la pelle in una tragedia, non è detto che la sua psiche non abbia subìto danni importanti; come sempre: PRIMA SI INTERVIENE E PRIMA SI RISOLVE. Le risorse online per il PFA sono tantissime e completamente gratuite, o quasi. Personalmente, ne ho trovate due ottime, ho seguito ed ottenuto il certificato sia dall’ente americano NTCSN (i fondatori della PFA, tanto materiale scaricabile) che su Coursera, alla Johns Hopkins University, dove le lezioni video di George S. Everly sono chiarissime, schematiche e facilissime da apprendere. Entrambe sono impeccabili, hanno come unica differenza due metodi di applicazione leggermente diversi.

Suggerisco a chiunque di iscriversi e di seguire non uno ma entrambe i corsi, perché le cose che si possono imparare sono davvero utilissime.  Soprattutto il personale di corpi come come i soccorritori della Croce Rossa, i Vigili del Fuoco, le squadre di pronto intervento, militari e corpi speciali, o chiunque sia esposto frequentemente al contatto con delle persone in stato di trauma o che necessitano di aiuto, possono realmente avere dei vantaggi per se stessi e per gli altri con lo studio di questo utilissimo protocollo di intervento.

La lezione più bella e più difficile che il PFA ci fa capire, è che delle volte il nostro aiuto può essere preziosissimo ed efficace anche semplicemente ascoltando una persona in difficoltà con empatia e comprensione, e questo, ci può succedere in qualsiasi ambito possibile.

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Recensione di “Il Cervello in 30 secondi”

di Anil Seth, LOGOS EDIZIONI, 2014, 160 Pagine a colori con copertina rigida.

Orientarsi in questo vastissimo ambito può essere utile per comprendere i meccanismi fisiologici di base delle nostre risposte emotive e dei comportamenti razionali, armi indispensabili nella sopravvivenza quotidiana, nelle giungle urbane e non solo.

Rendere comprensibili le neuroscienze è un’impresa titanica, ma l’autore qua ha fatto davvero centro. Non diventi certo un nobel dopo che lo hai letto, ma almeno non cercherai più di aggiustarti i capelli preoccupato quando qualcuno, in una conversazione, ti accennerà ai neuroni specchio.

Fermo restando l’argomento particolare, è un libro divertente, leggero e facilissimo da leggere, anche in modo non lineare e sporadico. Ogni argomento viene affrontato singolarmente ed in un modo molto schematico e chiaro che rende comprensibile una tra le materie più complesse esistenti.

Ribadisco che uno non si trasforma in uno scienziato con una lettura simile: potrà sapere qualcosa di utile in più, ma la differenza di rappresentazione tra questo testo e le neuroscienze vere e proprie è la stessa che passa tra localizzarsi su una mappa in scala 1:25.000 e  vedere la realtà attorno a noi coi nostri occhi. Detto ciò è proprio divertente da leggere. È un po’ da nerd alla Big Bang Theory, ma nemmeno troppo. È come uno speciale monotematico di Focus, che lo divori, senza impegno né ansie da prestazione mentali, ma che qualcosa dentro ti lascia. Sarà anche merito di una veste grafica stupenda (come tantissimi altri titoli della Logos) che coinvolge e snellisce la lettura, dandole un respiro ed una freschezza che rendono davvero comprensibile anche un tema difficile come quello trattato.

Gli argomenti spaziano dalla semplice anatomia di base, un infarinatura sulle teorie sul cervello, il tema della coscienza, la percezione ed i suoi paradossi, arrivando fino alla cognizione e alla neuroplasticità. È utile per capire vagamente come funziona il cervello e quanto è vasta la materia, senza perdere troppo tempo e senza ammorbarsi con letture narcotiche o eccessivamente difficili.

La cosa veramente utile di questo divertente saggio è che riesce ad appassionare davvero all’argomento ed a gettare le basi per degli approfondimenti più sostanziosi, anche grazie alla bibliografia suggerita, nettamente diversa come spessore, ma realmente utile per iniziare ad esplorare attivamente questo settore della conoscenza umana che sta espandendosi verso una comprensione più completa del grande mistero della nostra sofisticatissima materia grigia.

C’è anche su Amazon e costa 17 €. E… fa fare una bella figura anche sotto l’ombrellone…

ICITS

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Recensione di “Il Cervello Emotivo” di Joseph LeDoux

Vero e proprio testo sacro utilizzato come ingrediente per la stesura di Mental Survival.

Una premessa è d’obbligo: ci troviamo di fronte a un libro che sintetizza le ricerche del massimo ricercatore vivente e mai esistito sulla neurobiologia della paura. L’argomento in se è piuttosto impegnativo. L’autore è realmente un pioniere assoluto nella ricerca nel settore, ed i suoi studi sono citati da decine di altri studi ed hanno realmente aperto una strada che fino a pochi anni fa nemmeno si pensava esistesse.

Il libro è difficile. Molto. È scritto bene, sicuramente in maniera divulgativa e per essere più comprensibile possibile, ma l’argomento in se non si presta molto alla divulgazione. Spesso ci si ferma, si rilegge l’ultimo paragrafo, poi si ritorna indietro di nuovo, il tutto cercando di ricordarsi quello che era scritto poche pagine prima, e quasi sempre si perde il filo. I suoi ragionamenti sono convincenti e la sua logica è impeccabile, ciononostante è un libro al limite del comprensibile per chi non è del settore (ed difficile anche per chi lo è). Ma perché allora è importante questo libro? Ecco la spiegazione, banalizzata e semplificata al massimo per quello che riguarda le parti che interessano a noi (accidenti, se è difficile anche da riassumere!):

PUNTO 1:
LeDoux, utilizzando gli ultimi ritrovati della tecnologia, ha potuto per primo tracciare il percorso fisico della paura. Ha notato come lo stimolo della paura percorra due strade, che lui chiama la via alta e la via bassa.

La via bassa è rapidissima. In soli 12 msec (dodici millesimi di secondo) lo stimolo che rappresenta un pericolo viene:

  • intercettato dall’amigdala che lo valuta dialogando con l’ippocampo, che lo paragonerà a stimoli anche vagamente simili vissuti in contesti analoghi in precedenza.
  • inizia la produzione di catecolamine (adrenalina e noradrenalina) per un boost energetico
  • inizia la produzione di cortisolo
  • inizia la risposta attiva del sistema nervoso simpatico

Nel frattempo, nella via alta, lo stimolo se la prende con calma. Relativamente, è ovvio. In 400 msec viene:

  • analizzato dalla neocorteccia, la parte conscia e razionale del cervello, che ripescando situazioni simili, e contestualizzandolo in relazione a fattori non solo ambientali ma anche sociali, affettivi, ecc, la sede della nostra razionalità decide il da farsi.

Ma non lo fa in maniera esattamente autonoma: il suo responso razionale si dirige verso l’amigdala per rinforzare le decisioni prese o per inibirle. Ma la risposta dell’amigdala è già partita da tempo. Se è una risposta coerente con la neocorteccia, allora tutto bene, se non lo è, molto probabilmente sarà una risposta conservativa, che non guarda molto per il sottile, ma che ci fa salvare la pellaccia. Si, lo so che lo sapete già, è la fight or flight, e sicuramente ne parleremo meglio in un altro articolo 😉

Se non è una risposta coerente con la neocorteccia, avrà la prevalenza la decisione dell’amigdala, dato che sarà partita molto prima. Cioè, razionalmente ci potremmo rendere conto della risposta solo dopo averla iniziata inconsciamente.

L’amigdala e l’ippocampo sono delle strutture presenti nella parte più ancestrale del nostro cervello. Le loro reazioni possibili sono grossolane ma, fortunatamente, immediate. LeDoux usa sempre il racconto del serpente per spiegare come ragiona questa parte importantissima del nostro cervello.

Se noi stiamo camminando lungo un sentiero e con la coda dell’occhio vediamo qualcosa che ricorda la forma di serpente, la nostra risposta inconscia potrebbe essere quella di scattare e di ritirarci. Se poi, poco dopo, ci rendiamo conto che non era un serpente ma era soltanto un bastone, poco male: se fosse stato davvero un serpente ci saremmo salvati la vita! Per usare le sue esatte parole:

“Meglio scambiare un bastone per un serpente che un serpente per un bastone”

Impugnare un Crotalo scambiandolo per un bastone non è  un’esperienza che paga molto sul piano evolutivo…

Punto 2:
LeDoux ha quindi dimostrato in maniera inequivocabile (cronometro alla mano) che la risposta conservativa inconscia arriva sempre molto prima di quella razionale.

Questo significa esattamente quello che sembra: i nostri istinti profondi, CHE SONO ASSOLUTAMENTE CONDIZIONABILI, possono portare a delle risposte precedenti all’intervento della nostra ragione, con tutto quello che implica.

Ribadisco che quello che ho riassunto è soltanto una pallida, parziale e modestissima banalizzazione riassuntiva di un libro molto, molto impegnativo, ma altrettanto appagante dal punto di vista del bagaglio di conoscenze che se ne possono ricavare.

Mental Survival punta ad un obbiettivo importantissimo: condizionare efficacemente questo tipo di reazioni profonde, in modo da migliorare le nostre capacità di sopravvivenza, in qualsiasi ambito ci troviamo. Ce la faremo? È fattibile. Dipende solo da noi.

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Recensione di “ON COMBAT” di Dave Grossman – con Loren W. Christensen

Altro titolo che ha influenzato enormemente la stesura di Mental Survival e dal quale moltissimo è stato preso, come filosofia di base. Iniziamo col dire che il titolo dell’opera a è fuorviante: il vero titolo di On Combat avrebbe dovuto essere, in base ai contenuti, qualcosa come Managing Performance Stress and Violence, cosa che però lo avrebbe reso stilisticamente diverso dal suo predecessore, On Killing, invece perfettamente coerente tra titolo e contenuto.

Questa finezza editoriale potrebbe essere costata all’autore la perdita di una enorme fetta di pubblico alla quale del combattimento proprio non interessa niente, ma che magari è incuriosita da come cambia la performance sotto stress e come viene trasmessa la violenza dai media e dai videogiochi ai nostri figli. Perché parla proprio anche di questo.

Grossman, ex tenente colonnello dell’esercito degli Stati Uniti, è anche uno psicologo proprio come John Leach, ma ha un approccio un po’ meno accademico e molto più pratico: ha incontrato in prima persona ed intervistato i protagonisti di numerose tragedie di natura bellica, terroristica, o conflitti a fuoco, ed ha analizzato decine di studi o di statistiche interne di moltissimi reparti della difesa americana, dai corpi di polizia cittadini ai Marines. I suoi contenuti sono forti e fanno davvero riflettere molto. È una persona che lavora tantissimo sul campo e partecipa attivamente allo studio di situazioni che di stress ne hanno da vendere.

Il libro è diviso in 4 parti e 24 capitoli, per un totale di 350 pagine. La lettura è scorrevolissima, si legge molto facilmente ed è uno di quei libri che possono essere letti anche a pezzi o saltando da un capitolo a un altro, anche se seguire il filo logico dell’autore è sempre preferibile. È anche referenziato molto accuratamente (leggasi: non cita un aneddotica discutibile o arbitraria ma analizza degli studi scientifici e delle statistiche fatte con tutti i crismi del caso).

I primi due capitoli affrontano le paure e sfata alcuni miti eccessivamente machisti riguardo a quello che succede veramente in guerra. Mediamente originale.

Il capitolo 3 è una lettura obbligata per chi voglia capire la fisiologia dello stress, cosa che, anche se con intensità e modalità diverse, serve davvero a tutti. Per nulla originale, lo ha già fatto LeDoux e decine di altri autori, ma comunque utilissimo, e scritto in maniera molto chiara e comprensibile.

Il capitolo 4 inizia ad entrare nel nucleo del libro: introduce il suo sistema delle condizioni, cioè definisce e suddivide in base ai livelli di stimolo (stress) presente l’andamento della performance. Mediamente originale, anche se quello che dice lui non è nient’altro che l’applicazione della legge di Yerkes-Dodson, che prende, dichiarandolo, da Bruce K. Siddle, l’autore di Sharpening the Warrior’s Edge (capolavoro), che a sua volta cita i veri autori (finalmente!). Cionostante è maledettamente utile sapere come performiamo sotto stress ed in che modo ottimizzare la cosa. E lui lo spiega, benissimo. Ammette la somiglianza e l’ispirazione al Color Code di Cooper (che cita) sottolineando però le importantissime differenze, che ci sono davvero, cosa che lo rende un sistema utile ed anche originale, alla fine.
Introduce il concetto fondamentale dell’inoculazione di stress (di Meichenbaum, che non cita ma tanto si sa che è lui) approfondita in gran parte del libro ed importantissima.

Nei capitoli successivi, riassumendo brevemente, analizza in maniera autorevole e supportata da evidenze plausibili che presenta e argomenta, la correlazione esistente tra la violenza televisiva e dei videogiochi di guerra o simili e l’aumento di episodi di violenza.

Il libro è realmente il frutto di anni di esperienza degli autori sul campo e dall’analisi di una casistica su stress da guerre, aggressioni e violenza, davvero senza precedenti. L’analisi della prestazione sotto stress è fondamentale, a mio avviso, in qualsiasi ambito umano esistente. Perché possiamo anche essere dei genii, ma se, ad esempio, non riusciamo a sopportare delle pressioni minime sul lavoro, tutta la nostra genialità non servirà proprio a nulla perché il nostro punto di rottura è troppo basso per affrontare certe cose.

Condizionare la nostra riposta allo stress è possibile ed è utilissimo in qualsiasi ambito, nessuno escluso. È il messaggio che vuole far passare Mental Survival e che è espresso egregiamente in On Combat.

Raccomandatissimo. C’è anche in italiano, solo cartaceo. È possibile scaricare indice e scheda introduttiva dal sito di Libreria Militare.

On Combat, Edizioni Libreria Militare, 2009, € 30
Amazon.it

oncombat-scheda

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Recensione di “Survival Psychology” di John Leach

Il testo è consigliato a tutti ed in qualsiasi ambito. È sicuramente un argomento complesso ma l’autore lo affronta in maniera schematica, chiarissima e comprensibile a chiunque.

È un’importante analisi statistica dei comportamenti umani di fronte a pericoli o in situazioni di estrema emergenza. È interessante perché dalla sua casistica, accuratamente documentata e riconosciuta senza riserve nell’ambiente scientifico, emergono dei pattern costanti delle modalità comportamentali. Il libro è diviso in sette capitoli principali:

  1. Anatomia di un disastro: espone le varie fasi nelle quali si sviluppa un episodio a rischio analizzando la risposta umana suddivisa per varietà e dati percentuali.
  2. Risposte psicologiche al disastro: disamina accurata sui comportamenti più frequenti nelle situazioni di pericolo
  3. Reazioni individuali: qua l’autore entra molto più nel dettaglio, analizzando I fenomeni di ansia paralizzante, distorsione percettiva (ad es. la famigerata tunnel vision), negazione, apatia, iperattività comportamento stereotipato o irrazionale, ansia, sensi di colpa, crollo psicologico e molti altri.
  4. Fattori associati alla sopravvivenza: elenca tutto quello che può influenzare negativamente le probabilità di sopravvivenza di un individuo, come la fatica, La mancanza di sonno libro o ipertermia, la fame, la sede e diversi altri.
  5. Comportamenti pro attivi e primo soccorso psicologico: spiega come le possibilità di sopravvivenza possono essere aumentate a seconda dell’addestramento psicologico e pratico delle persone che potrebbero trovarsi in situazioni a rischio. Introduce il concetto di primo soccorso psicologico, realtà emergente importantissima e fondamentale nell’affrontare a caldo le situazioni di emergenza e nel prevenire l’insorgere della famigerata sindrome post traumatica da stress (PTSD)
  6. Sopravvivenza a lungo termine: evidenzia le problematiche che si possono affrontare in una situazione di sussistenza, dalla ricerca di uno scopo al convivere con la solitudine totale, e analizza anche la sopravvivenza in relazione al carattere individuale.
  7. Recupero e post trauma: analizza il fenomeno della sindrome post traumatica da stress E del suo impatto sia sulle vittime che sui soccorritori.

Il testo è niente di meno che la bibbia della psicologia della sopravvivenza. È un’opera eccezionale anche per l’estrema chiarezza che l’autore ha usato e per il fatto che sia riuscito a divulgare in maniera estremamente comprensibile delle realtà molto difficili da riassumere e da comunicare.

Nella stesura di Mental Survival, ho citato più volte ed ho inserito a piene mani l’opera ed il pensiero di John Leach, cercando di integrarla dove possibile con degli approfondimenti relativi agli ultimi studi sulle neuroscienze, in particolare sulla risposta fisiologica alla paura, e sul condizionamento attivo all’attitudine alla sopravvivenza. Non posso muovere nessuna critica negativa a quest’opera che a dir poco venero e senza la quale non avrei potuto scrivere proprio un bel niente. Posso solo augurarmi che l’autore decida di farne una seconda edizione aggiornata, dato che la stesura di questa pietra miliare è datata 1994, e che venga tradotta anche in italiano, dato che attualmente è disponibile soltanto in inglese.

È disponibile su Amazon la ristampa con copertina flessibile a 59€. Da leggere, rileggere e sottolineare!

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